Libia: Erdogan riaccende il conflitto

Ankara rifiuta di ritirare le sue truppe dalla Libia: è la dichiarazione del leader turco Recep Erdogan durante il G20 di Roma. Una inquietante novità stranamente sottovalutata dai media che si sono occupati del summit internazionale. Una dichiarazione giunta proprio mente l’ONU è impegnata a organizzare e realizzare il ritiro di tutte le truppe straniere presenti nel paese, precondizione indispensabile alla celebrazione delle elezioni che dovrebbero sancirne la pacificazione.

Con questa presa di posizione la Turchia getta benzina sul fuoco e minaccia di riportare la conflittualità tra le fazioni che si contendono il potere in Libia a livelli altissimi, mettendo in pericolo il processo elettorale. Una situazione che avrebbe ripercussioni serie e pericolose per l’Italia e per tutta l’Unione Europea.

Primo problema: il ritiro dei mercenari dalla Libia. Le tanto attese elezioni presidenziali dovrebbero avere luogo il 24 dicembre, mentre quelle parlamentari sono previste all’inizio del 2022. La speranza è di chiudere in questo modo il lungo periodo di anarchia e guerra civile in cui è precipitato il paese con la fine del regime di Mu`ammar Gheddafi nel 2011, salvaguardando possibilmente l’unità del territorio libico, oggi di fatto diviso in una parte occidentale sotto il controllo del governo di Tripoli e in una orientale nelle mani del generale Khalifa Haftar e del suo Esercito Nazionale Libico (LNA), impegnato ormai da anni in un duro conflitto non solo con le milizie tripoline, ma anche con i gruppi islamisti, alleati dei turchi. A rendere più complicata la situazione è l’alto numero di forze mercenarie e straniere presenti sul campo, a sostegno dei due contendenti. Proprio per questo la road map concepita dalle Nazioni Unite prevede innanzitutto lo sgombro dei gruppi armati forestieri, da definire attraverso un format di negoziato “5+5”, che vede presenti al tavolo, sotto l’egida ONU, tutte le fazioni in lotta. Lo scorso 8 ottobre, il Comitato militare congiunto “5+5” si è riunito per tre giorni al Palazzo delle Nazioni di Ginevra, concludendosi con la firma di un piano d’azione che prevede un ritiro graduale, equo e coordinato di tutti i mercenari e le forze straniere dalla Libia.

La riunione di Ginevra si è tenuta in linea con i binari tracciati dall’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020 e le relative risoluzioni emesse dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’incontro si è configurato come parte integrante di tutti i vari negoziati intra-libici promossi dall’ONU, nonché degli sforzi messi in campo dalla comunità internazionale attraverso la conferenza di Berlino. In questi primi giorni di novembre il Comitato “5+5” ha tenuto un’ulteriore incontro, questa volta al Cairo, sempre organizzato dalle Nazioni Unite, al quale hanno preso parte anche i rappresentanti di Sudan, Ciad e Niger. Nell’occasione, tutti i paesi confinanti con la Libia hanno espresso la loro volontà di cooperare al processo di sgombero dei combattenti stranieri e dei mercenari, mentre i delegati di Sudan, Ciad e Niger si sono impegnati a cooperare per assicurare il ritiro degli uomini armati provenienti dai loro paesi, coordinando le loro azioni, per garantire che questi non tornino in Libia e non destabilizzino gli Stati vicini. Il rifiuto della Turchia di allinearsi agli accordi generali apre, però, un problema gigantesco. Infatti, quasi la metà delle forze straniere presenti in Libia è legata ad Ankara: secondo il SOHR (l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani), il numero totale dei mercenari siriani supportati dai turchi che si trovano nel paese nordafricano è di circa 7.000 unità, laddove le Nazioni Unite hanno stimato la presenza di 20.000 combattenti stranieri sul territorio libico. Sempre fonti del SOHR hanno confermato che, nonostante i tentativi di negoziarne il ritiro a inizio ottobre, i miliziani islamisti veterani del conflitto siriano continuano a stazionare nelle basi turche in Libia, mentre un nuovo contingente di 90 uomini provenienti dalla Siria e giunto in Libia trasportato da apparecchi turchi. G20: diplomazia alla turca Durante il G20, Erdogan, oltre a confermare l’intenzione di non smobilitare i propri uomini in Libia, ha anche ribadito al presidente francese Emmanuel Macron che la presenza turca è legittimata da un accordo di cooperazione militare siglato col governo libico. “I nostri soldati sono lì in qualità di istruttori”, ha ribadito, negando che le loro attività possano essere equiparate a quelle di mercenari illegali.

Le cose, però, non stanno esattamente così. Innanzitutto le sue parole possono valere per il contingente militare ufficialmente inviato dall’esercito turco all’inizio del gennaio 2020, non certamente per i mercenari siriani che continuano a stazionare nelle basi militari di Ankara. Inoltre, gli accordi raggiunti nel vertice dell’8 ottobre a Ginevra riguardano esplicitamente il ritiro di “mercenari, combattenti stranieri e forze straniere”, intendendo per “forze straniere” anche le truppe regolari e gli istruttori. Infine, gli “istruttori” turchi sono sbarcati in Libia in base a un accordo firmato da Ankara nel novembre del 2019 con il Governo di Accordo Nazionale (GNA) presieduto da Fayez al-Sarraj, governo provvisorio cui è seguito lo scorso marzo il nuovo Governo di Unità Nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibah. Il punto dirimente, però, è che all’epoca della stipula del trattato, il mandato del GNA era già scaduto e dunque, in quanto governo provvisorio, esso non aveva il diritto di firmare un tale trattato di cooperazione militare. La stessa ragione per la quale tutti i vicini della Libia e della Turchia hanno disconosciuto il trattato sui confini marittimi (e le relative Zone Economiche Esclusive) contestualmente sottoscritto da Tripoli ed Ankara. Un accordo quest’ultimo che ha notevolmente esteso le rivendicazioni turche sul Mediterraneo e sui suoi ricchi giacimenti di gas e petrolio. E’ per queste ragioni che la presenza militare turca in Libia va considerata illegale in base al diritto internazionale, configurandosi come un avamposto delle ambizioni neo-imperialiste di Erdogan. Non a caso questi, durante il G20, ha annunciato il suo rifiuto a prendere parte al vertice sulla Libia in programma a Parigi (di fatto affondandolo), confermando di non avere alcuna intenzione di supportare gli sforzi internazionali volti a stabilizzare il paese.

“Abbiamo notificato al presidente Macron – ha dichiarato Erdogan – la nostra indisponibilità a prendere parte a una conferenza a Parigi alla quale partecipino Grecia, Israele e l’amministrazione greco-cipriota. Per noi questa è una condizione inderogabile. Se questi paesi saranno presenti, per noi non ha senso inviare delegati”.

A Roma Erdogan ha anche avuto un incontro separato con il presidente del Consiglio Mario Draghi, che però non ha prodotto alcun risultato concreto. Nessun passo avanti è stato fatto nelle relazioni italo-turche, anche per quanto riguarda il sistema di difesa missilistica italo-francese SAMP-T, per il quale la Turchia aveva in precedenza mostrato interesse. Nonostante il generico annuncio di futuri sviluppi in merito, difficilmente la Turchia riprenderà in mano questo progetto se i suoi rapporti con Parigi non miglioreranno. Ed Erdogan non sembra avere voglia di procedere in questa direzione.

Tensioni in Libia Nel frattempo la situazione politica in Libia si fa sempre più precaria, soprattutto dopo che la Camera dei Rappresentanti (il Parlamento di Tobruk) lo scorso settembre, su impulso di Haftar, ha sfiduciato il Governo di Unità Nazionale. Anche dal punto di vista militare le tensioni stanno aumentando, tanto che nei giorni scorsi i capi di due milizie tripoline – Muammar Davi, leader della Brigata 55, e Ahmad Sahab – sono stati vittime di attentati che miravano ad ucciderli. A questo punto è difficile essere sicuri che a dicembre si terranno le elezioni presidenziali, mentre quelle parlamentari sono già state rinviate al 2022. Il ricatto di Erdogan: geopolitica, energia, flussi migratori Se la Turchia ha potuto rafforzare in misura così significativa la sua capacità di influenza in Libia, una parte considerevole della responsabilità va attribuita ai governi presieduti da Giuseppe Conte (in particolare il secondo), caratterizzati da scarsa incisività sul dossier libico. Ricevendo, di fatto, mano libera, Ankara in appena un paio d’anni ha avuto la possibilità di sbarcare nel paese nordafricano centinaia di “consiglieri militari”.

Con il trattato sui confini marittimi e la delimitazione delle rispettive aree ZEE, la Turchia ha assunto il controllo delle coste della Tripolitania, nonché una sorta di patronage sui giacimenti di gas e petrolio del Mediterraneo centrale. La sua influenza politica sul Governo di Accordo Nazionale prima e su quello di Unità Nazionale oggi è enorme. La guerra civile tra Tripoli e Bengasi ha consentito ad Ankara di fornire alla parte occidentale truppe e armi, di reimpiegare le sue milizie mercenarie precedentemente attive in Siria, nonché di ottenere la gestione del porto e dell’aeroporto di Misurata per i prossimi 99 anni. Oggi Erdogan, grazie al forte ascendente che è in grado di esercitare su uno dei più grandi produttori di petrolio del mondo, dispone di un’ulteriore arma di pressione verso l’Europa, quella delle forniture energetiche, che va ad aggiungersi a quella già ampiamente utilizzata relativa al controllo dei flussi migratori, che oggi è in grado di regolare non solo sulla rotta balcanica, ma anche su quella che percorre il Mediterraneo centrale. La più battuta dai trafficanti di uomini, stando a ciò che ci dicono i dati ufficiali, secondo i quali, al 22 ottobre, i migranti giunti in Italia quest’anno sono già 51.568, contro i 26.683 del 2020.

Le richieste di Draghi all’Unione Europea di stanziare fondi per proteggere “tutte le rotte” sono miele per le orecchie turche. Rimandano, infatti, ai 6 miliardi che Bruxelles ha già versato alla Turchia per gestire la rotta balcanica e a quelli che ancora andrà a pagare. Sul suolo turco sono attualmente ospitati 3,7 milioni di siriani, cui vanno aggiunti 300.000 afghani. Una bomba ad orologeria che Ankara minaccia di far esplodere in qualunque momento, qualora le sue richieste non venissero soddisfatte. Insomma le crisi umanitarie – da quella afghana a quella siriana, cui può oramai aggiungersi anche quella libica – sono diventate una straordinaria opportunità per la Turchia di ottenere risorse dall’Europa e tenerla sotto pressione. Per questo mantenere a Tripoli un governo filo-turco è così importante per Erdogan: gli consente di condurre un complesso gioco geopolitico ai danni dell’UE che combina flussi energetici e migratori. Ricomporre un equilibrio nel Mediterraneo e ridimensionare le ambizioni turche con una postura più dura nei confronti del nuovo sultano è la vera sfida che l’Italia deve affrontare, piuttosto che avventurarsi in improbabili e velleitarie aspirazioni a guidare l’UE o a rinsaldare i rapporti trans-atlantici.

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